venerdì 3 agosto 2007

Guarda la Galleria fotografica del degrado



























































Galleria fotografica degrado San Marco
3 agosto 2007

domenica 22 luglio 2007

Corleone, il gruppo Ds ha presentato 4 interrogazioni ed 1 mozione al sindaco

Sono state depositate venerdì scorso in segreteria, a firma del consigliere Dino Paternostro. La mozione riguarda il PARCO DELLA RIMEMBRANZA, le interrogazioni affrontano l'abbandono della villa comunale, i criteri usati per la riorganizzazione dei servizi e degli uffici comunali, la cancellazione del sito web del comune e i servizi igienici nei mercati comunali.
Pubblicato da DINO PATERNOSTRO a 16.36 0 commenti

giovedì 5 luglio 2007

Non mi appassiona la "guerra" pro o anti Nicolosi

Gli scontri nella seduta consiliare di mercoledì sera sono stati l’ennesima puntata della “guerra” tra “nicolosiani” e “antinicolosiani”. Una guerra che non mi appassiona e nella quale non ho nessuna intenzione di lasciarmi trascinare. (Segue)

mercoledì 4 luglio 2007

Corleone, il Tar-Sicilia deciderà a novembre se ammettere il ricorso dell'ex sindaco Nicolosi

CORLEONE – E’ stata fissata per il prossimo 9 novembre, davanti ai giudici della terza sezione del TAR Sicilia, l’udienza per la discussione dei due ricorsi, presentati dall’ex sindaco Nicolò Nicolosi e da un gruppo di consiglieri comunali e suoi sostenitori (Arcangelo Ruffino, Angelo Labruzzo, Lea savona, Salvatore Sorisi, Dino Streva, Mario Lanza e Salvatore Schillaci), contro l’elezione del sindaco di Corleone, Antonino Iannazzo, esponente di An. Nelle elezioni di ballottaggio del 27-28 maggio, il candidato sindaco Nicolosi era stato battuto da Iannazzo con appena tre voti di scarto (3.510 contro 3.513), determinati dagli elettori della piccola borgata di Ficuzza, perché a Corleone-città i due candidati avevano, incredibilmente, ottenuto lo stesso numero di preferenze. Adesso, Nicolosi e i suoi amici hanno chiesto ai giudici del Tribunale Amministrativo Regionale di «disporre apposita verificazione per l’accertamento delle specifiche erroneità di attribuzione dei voti… mediante prelievo mirato». In sostanza, secondo i ricorrenti, al candidato Iannazzo sarebbero stati erroneamente conteggiati ben 122 voti, a fronte di uno scarto di soli tre voti tra il totale di quelli assegnati a Iannazzo e quelli assegnati a Nicolosi. E, per dimostrare questa loro tesi, i ricorrenti hanno allegato ai ricorsi delle dichiarazioni giurate e dei fac-simile, dove descrivono dettagliatamente gli errori commessi nelle diverse sezioni elettorali.
Adesso, comunque, sono il sindaco Iannazzo e i partiti del Polo che stanno presentando un contro-ricorso ai giudici amministrativi. E c’è da scommettere che in primo luogo chiederanno l’inammissibilità del ricorso, con questa obiezione: «ma se ci sono state ben 122 schede erroneamente assegnate al sindaco eletto, come mai, durante lo spoglio, nessun rappresentante di lista ha fatto scrivere a verbale una sola contestazione?».
Non è escluso, comunque, che la vicenda elettorale possa avere anche dei risvolti penali. Nei giorni scorsi, infatti, Nicolosi ha accusato il suo avversario di avere «controllato il voto». E Iannazzo ha replicato che avrebbe verificato con i suoi legali gli estremi di una eventuale denuncia per diffamazione.

4 luglio 2007

Polizia, le priorità di Manganelli

Audizione al Senato del successore di Gianni De Gennaro: "Una discontinuità già c'è perché ci avviamo ad un nuovo corso''. Le priorità di Manganelli:

ROMA - "Una delle priorità da affrontare è la criminalità che opera nel Nord dell'Italia, soprattutto legata all'immigrazione clandestina". Il nuovo capo della polizia, Antonio Manganelli, si presenta così davanti alla commissione Affari costituzionali del Senato presieduta da Enzo Bianco. Il successore di De Gennaro parla di criminalità e di violenza negli stadi. Non tralasciando, però, le polemiche che hanno preceduto la sostituzione del suo predecessore: ''La discontinuità è nel fatto stesso che c'è una persona diversa, nel taglio e nella formazione che ognuno ha, nei rapporti con la base sindacale. Una discontinuità già c'è perché ci avviamo ad un nuovo corso''.
Allarme criminalità al Nord. "L'incidenza della criminalità diffusa legata all'immigrazione clandestina" è "una situazione che preoccupa" nelle regioni del nord d'Italia perché si tratta di "un dato che non possiamo considerare casuale". Per Manganelli è "una priorità l'esigenza di meglio controllare il territorio in certe aree". Anche con lo studio "di una serie di misure". Citando a più riprese i contenuti del Rapporto sulla sicurezza Manganelli, ha invitato tutti a ''non cadere nei luoghi comuni ed a superare gli stereotipi sul versante dell'ordine pubblico''.
Meno polizia negli stadi. "Ho un sogno, uno stadio senza polizia, perché quando ci sono meno poliziotti gli incidenti sono in numero minore, perché viene meno l'oggetto del contendere, viene meno il nemico". Manganelli traccia così il suo stadio del futuro. Con nessuna divisa e con molti steward. "L'eliminazione della polizia degli stadi presuppone che possa partire il processo di selezione degli steward da parte delle società e la loro formazione. Se partiamo il primo settembre, siamo pronti a dicembre ma prima partiamo e prima saremo pronti".
Raid fascisti. L'assalto fascista a villa Ada a Roma "preoccupa" il capo della Polizia, soprattutto per la possibile diffusione del fenomeno" in altre aree del paese. "Queste cose non sono il frutto della causalità, quello è un luogo pieno di simbolismo, non si è trattato del solito concerto nel solito stadio. È un luogo che si è inteso profanare" dice Manganelli. Che mette in guardia dal rischio ritorsioni: "Potrebbero esserci delle reazioni da parte di chi è stato aggredito e il nostro compito è evitare che la cosa degeneri".
Pene certe. "Meglio pene miti, ma certe". Antonio Manganelli vede così la strada per avere una maggiore sicurezza: "Preferisco una pena equa, persino blanda, anzi direi 'mite' purchè sia effettiva".
Terrorismo. Il pericolo arriva dal terrorista fai da te, "pericoloso perchè il suo esplosivo è pericoloso quanto quello dei terroristi più addestrati". Anche se fatto in casa.
Mafia. Il rischio che possa riesplodere in Sicilia una guerra di mafia "è una cosa molto seria", su cui gli investigatori stanno lavorando con "molta attenzione". Alcuni omicidi avvenuti in questo periodo in Sicilia, spiega Manganelli, "ci lasciano pensare che non siano espressioni casuali di un momentaneo gesto offensivo ma possano nascondere un progetto che spetta a noi non far esplodere".

(La Repubblica, 3 luglio 2007)

Nel Paese c’è fortissima una questione giovanile

di PAOLO NEROZZI*

Siamo in presenza di una vera questione giovanile, non affrontarla significa mettere a rischio il futuro per loro e per la società tutta
I giovani: occorre passare dalle parole ai fatti. I fatti: superare la Legge 30
di Paolo Nerozzi
I giovani. Mai come in questo periodo i giovani sembrano essere al centro di riflessioni e di discussioni. Addirittura Veltroni, nel suo discorso di accettazione della candidatura a segretario del Partito democratico ha affermato che occorre stipulare un patto per i giovani. Ma non sarà che il tanto parlarne non serva da alibi? Quel che è certo è che viviamo in un paese dove c’è fortissima una questione giovanile che si aggrava con il passare del tempo. La questione giovanile di cui parlo è determinata, a mio giudizio, da tre grandi veri e propri problemi sociali. Il primo, forse il più grave perché strutturale, è un sostanziale immobilismo sociale che in Italia, in queste dimensioni, non si vedeva più da prima del 1930. Mai come oggi il destino dei figli è determinato dalle condizioni –sociali, economiche, culturali- dei genitori. Immobilismo che se, da una parte, è il manifesto della insufficienza del sistema formativo italiano, dall’altro inevitabilmente depotenzia la capacità di crescita del sistema paese. Quanti sono, infatti, i talenti che rimangono sepolti dall’impossibilità di emergere?Il secondo problema è la condizione di precarietà materiale che parte dal lavoro e inevitabilmente abbraccia tutti gli ambiti della vita quotidiana, ovviamente il salario e quindi il reddito, la casa, fino a trasformasi in una sensazione di precarietà “immateriale”: è la sensazione di non avere un futuro davanti a se che accompagna la vita dei nostri ragazzi e ragazze. Ma la deprivazione di futuro passa dai destini personali a quelli sociali. Quale società, infatti, si riproduce, mette al mondo figli se è attraversata da un senso forte di insicurezza? E una società così invecchia: ecco che da un altro punto di vista appare quella questione demografica –che certamente esiste- che viene usata come strumento a senso unico, come clava per giustificare un aumento dell’età pensionabile generalizzato. Infine, il terzo problema che apparentemente sembra fuori tema e che, al contrario, è tema assai rilevante. L’Italia è il paese d’Europa con le classi dirigenti, nella politica, nel sistema delle imprese e in tutti i settori della vita civile, fra le più vecchie. Probabilmente non è azzardato ipotizzare che, in realtà, l’ultima vera fucina di classi dirigente sia stata l’epoca della Resistenza e poi il tempo della Costituente e dell’avvio della stagione repubblicana. Ma oggi quegli uomini e quelle donne, uomini per lo più in verità – che pure hanno portato l’Italia ad essere la settima potenza mondiale sono diventati vecchi e non hanno pensato né a formare né a far entrare i propri successori.Ed allora affrontare la questione giovanile si impone per la costruzione del futuro della nostra società.Ma, proprio per queste ragioni, utilizzare i giovani contro altri soggetti sociali deboli o illuderli o non intervenire sulle cause materiali che determinano questa precarietà non solo è sbagliato ma rischia di alimentare una separazione sempre più grande tra queste ragazze e ragazzi e la politica. Ed aumentare il loro disagio e la loro insicurezza.Per l’insieme dell’Unione oggi c’è una possibilità concreta di invertire questa tendenza, si tratta di intervenire immediatamente, sia nella prossima finanziaria sia nella discussione con le parti sociali e con i sindacati, contro la precarietà. Le affermazioni di Veltroni a Torino e quelle di vari ministri, dovrebbero produrre, come richiesto da Sinistra Democratica e dalla Cgil e come previsto dal Programma di Prodi, un rapido superamento della Legge 30. In particolare deve essere data una risposta immediata a quei giovani che da anni lavorano con contratti a tempo determinato.Questo è quello che dovrebbe succedere. Il rischio che, invece, la discussione si concentri sullo scalone perdendo di vista il problema vero che è –appunto – quale prospettiva e quale uscita dall’insicurezza per generazioni di giovani e di non più tanto giovani, è un rischio altamente reale. Rischio aumentato dal fatto che sia Confindustria che le forze che la sostengono, in realtà non hanno nessun interesse reale a dare risposte socialmente sostenibili né sulle pensioni né sulla precarietà, lasciando inalterata la condizione di sudditanza e di sfruttamento all’interno dei luoghi di lavoro di centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi. È arrivato il momento per il Governo di assumersi le proprie responsabilità e realizzare questa parte importante del Programma anche senza il consenso una parte delle parti sociali.Se non lo si vuol fare o non lo si può fare è meglio non parlare dei giovani.Credo, invece, che si possa e si debba fare.
* Segretario nazionale della Cgil
Dal sito Sinistra Democratica

Veltroni e il comunista

di Alfredo Reichlin

La novità e l'importanza di ciò che è avvenuto con la discesa in campo di Walter Veltroni consiste essenzialmente - mi pare - nel fatto che la costruzione di un partito davvero nuovo (cioè diverso da quelli attuali) ha compiuto un passo avanti serio. Non siamo più alla sommatoria di vecchi ceti politici. Veltroni ha cominciato a definire la fisionomia del nuovo partito. Una forza che si candida a governare una società moderna molto complessa e frammentata come quella italiana uscendo dai vecchi schemi dentro e indicando le condizioni possibili perché questo paese possa ricominciare a «stare insieme». Non c'entrano niente i buoni sentimenti. C'entra la consapevolezza di quali sfide stanno davanti alla nostra patria, e quindi, della necessità di un nuovo patto di cittadinanza.Un patto «inclusivo» non solo tra generazioni e interessi diversi ma tale da far fronte a quella sorta di «secessione silenziosa» del Nord dal Mezzogiorno che si finge di non vedere. Veltroni non si è nascosto affatto la gravità della crisi e la drammaticità dei problemi irrisolti. È in risposta ad essi che ha delineato una idea del futuro del paese che non è astratto perché è sorretta dalle costruzione di una nuova soggettività politica e culturale: quel tipo di forza che qualcuno di noi si era azzardato (da tempo) a chiamare «un partito nazionale».Perchè così - e solo così - si giustifica la nascita di un nuovo partito all'interno del quale la sinistra non cancelli la sua grande storia. Una forza nuova per una situazione storica nuova. Così come accadde, del resto, con la nascita dei partiti operai al passaggio dall'agricoltura all'industria oppure come si rispose al tramonto dell'età liberale e all'avvento della società di massa: da sinistra con Roosevelt e la socialdemocrazia e da destra con un partito totalitario di massa.Insomma, io penso questo. E qui sta la ragione del mio giudizio così positivo su ciò che è avvenuto a Torino. Ma è proprio questo evento, proprio per il suo essere così carico di nuovi sviluppi e nuove aspettative, che non chiude ma apre nuove riflessioni. Esso chiama le culture politiche (a cominciare da quella da cui vengo) a confrontarsi non solo con le persone ma con la sostanza della crisi italiana, che è non solo economica e sociale ma si configura ormai come crisi della democrazia repubblicana. C'è, infatti, una ragione se la costruzione di un partito democratico è una impresa così difficile e niente affatto moderata. La ragione è che si scontra con forze molto potenti. Pietro Scoppola ha ragione quando ci invita a chiederci se (cito) «nella storia del paese non ci siano motivi profondi di resistenza se non di incompatibilità rispetto al progetto del partito democratico». E risponde che la formula dei «riformismi che si incontrano» è superficiale perché non dà conto del problema di fondo, tuttora irrisolto, che è la sostanziale incompiutezza (cito ancora) «del processo fondativo della democrazia nel nostro paese. Perché l'amara novità è questa: quel processo, del quale sono state poste le promesse con la Costituzione, non è stato compiuto né a livello etico, né a livello di cittadinanza; né a livello istituzionale». È evidente. Qui sta la missione del partito democratico. Una missione difficile sia per le ragioni accennate e che stanno dentro la storia italiana, ma che è resa più difficile per l'impatto che il processo reale della globalizzazione sta avendo su un sistema politico debole come quello italiano. È di questo che si parla troppo poco. E io continuo a stupirmi quando leggo che anche uomini di grande intelligenza sostengono che il problema del partito democratico consiste essenzialmente nella scelta tra i fautori del mercato (il filone liberal) e i fautori del vecchio intervento statale (il filone socialdemocratico). Ma dove vivono?È perfino ovvio e in sé non è affatto un male, (anzi, in sé, è un portato del progresso) il fatto che nel mondo globale lo Stato ha perso la sovranità assoluta e che quindi non è più il solo garante della vita sociale politica e culturale di un popolo-nazione. Ma il grande problema è che questo vuoto non è stato riempito. E non è stato riempito non perché i politici si intromettono troppo nelle «logiche» di mercato ma perché lo Stato ha perso anche il monopolio della politica. Non è poco. Significa che non è più lui il garante della sovranità popolare cioè dei diritti uguali di cittadinanza. E ciò perché sono entrati sulla scena (come sappiamo) altri poteri molto potenti, non solo economici e finanziari, ma anche scientifici, mediatici, culturali. Io non apprezzo affatto, e tanto meno giustifico le derive oligarchiche e autoreferenziali della politica, ma credo che dopotutto sta anche qui la ragione della sua crisi così profonda. Più la politica conta meno nel senso che non è in grado di prendere le «grandi decisioni», quelle che riguardano il destino della «polis», più la politica si attacca al sottopotere e al sottogoverno. E così la democrazia si svuota e aumenta il distacco dalla gente. E si crea quel circolo vizioso per cui a una élites auto referenziale e poco rappresentativa si contrappone una società che si frantuma e si ribella al comando politico. Se questa analisi è corretta anche quei miei amici che rappresentano il filone «liberal» dovrebbero cominciare a pensare che la vecchia dicotomia tra Stato e mercato non ha più il significato di una volta. La socialdemocrazia non c'entra. È del tutto evidente (come è stato detto e stradetto) che lo squilibrio crescente tra il «cosmopolitismo» dell'economia e il «localismo» della politica ha travolto le basi del vecchio compromesso socialdemocratico. Ed è anche vero che il neo-liberismo non solo ha vinto, ha stravinto ed è diventato da anni la ideologia dominante. Ma posso cominciare a chiedermi se le cose, le cose del mondo nuovo, lo strapotere della finanza mondiale, il sommarsi di ingiustizie abissali con la formazione di una nuova oligarchia straricca, posso cominciare a ragionare senza tabù anche sul rapporto tra mercato e sfera pubblica e sociale? Attenzione, non sul mercato come strumento essenziale dello scambio economico, evidentemente, ma come pretesa di essere il presupposto di ogni sistema sociale e di rappresentare la risposta ai bisogni di senso, di nuove ragioni dello stare insieme a fronte del venir meno delle vecchie appartenenze Veltroni ha ragione nel sottolineare la necessità di creare nuove risorse se vogliamo produrre servizi e capitali sociale (la vera povertà italiana). E queste risorse non le produce lo Stato. Per cui diventa sacrosanto tutto il discorso contro le rendite, i parassitismi, i protezionismi, ecc. E quello sulle liberalizzazioni. Ma Veltroni ha collocato queste affermazioni in un quadro molto più ampio e molto più moderno. Ha reso evidente che se la crescita non si accompagna alla creazione di nuove istituzioni (politiche, sociali, nuove relazioni sociali, capitale sociale) capaci di consentire a una società di individui di diventare cittadini, persone, cioè non solo consumatori ma creatori di se stessi, capaci di esprimere nuove capacità, noi non riusciremo mai a evitare le nuove emarginazione e le nuove miserie. Così la società si disgrega. I dati sull'apprendimento scolastico al Nord e al Sud sono impressionanti. Non è questione di soldi. I soldi ci sono. Mancano fattori sociali e culturali (le cose che fanno diversa l'Emilia dalla Calabria) che non possiamo affidare alle sole logiche di mercato.Spero che si capirà il senso di queste mie osservazioni. Esse nascono dall'assillo di chi da tempo è dominato dalla necessità di uscire da vecchie visioni, e pensa che il problema di una nuova politica economica è creare un circolo virtuoso tra crescita e coesione sociale, tra politica ed economia. Abbiamo bisogno di un nuovo pensiero e una rivoluzione culturale. E torna in me, vecchio comunista italiano, il senso profondo della eresia gramsciana, l'idea della rivoluzione italiana intesa prima di tutto come rivoluzione intellettuale e morale. Io sogno un nuovo partito il quale faccia leva con più decisione di quanto non abbia fatto la vecchia sinistra classista sul fatto che l'avvento della cosiddetta economia post-industriale e della società dell'informazione richiede e, al tempo stesso, esalta risorse di tipo nuovo, non solo materiali: risorse umane, saper fare, cultura, creatività, senza di che la tecnologia non serve a niente; risorse organizzative senza di che è impossibile gestire sistemi complessi; risorse ambientali e relative alla qualità sociale; e quindi - di conseguenza - beni cosiddetti «relazionali», cioè rapporti sociali e istituzioni capaci di produrre fiducia, cooperazione tra pubblico e privato. Insomma un nuovo ethos civile, essendo questo il solo modo per dare ai «poveri» la possibilità di non essere messi ai margini. Far emergere, in alternativa alla ricetta neo-liberista, l'altra possibilità insita nel post-industriale, e cioè il fatto che una nuova coesione sociale può diventare lo strumento più efficace per competere. Forse non è una grande scoperta. Ma a me sembra il solo modo per la sinistra di dare un fondamento strategico alla sua iniziativa, intendendo la strategia come la capacità di spostare i rapporti di forza e di intervenire dentro i processi reali, volgendo a proprio vantaggio la dinamica oggettiva dei cambiamenti che si producono. Abbiamo bisogno di una nuova analisi politica per capire se nella realtà effettuale, e non nei nostri desideri, sono aperte delle contraddizioni e delle linee di conflitto sulle quali si possa innestare una grande iniziativa politica.
L’Unità, 03.07.07